Intervista a Marcello Parsi

L'Autore

Nessun dato inserito

Sei l'Autore?
Vuoi completare la scheda e inserire novità e completare il tuo curriculum letterario?
Clicca qui e aumenta la tua visibilità.

Il suo libro

Nei meandri del tempo

Nel terzo episodio della Saga di Ablasor facciamo la conoscenza di alcuni insigni esponenti del genere alieno. Essi s’intrattengono volentieri a colloquio con gli umani, spiegando ai loro stupiti interlocutori il problematico mistero dell’esistenza fondato sulla legge universale che regola il Cosmo. L’azione si sposta in continuazione tra la Terra, il regno alieno e un’altra costellazione della Galassia in un intrico temporale in cui i due protagonisti si muovono con una sempre maggiore disinvoltura, espletando coscienziosamente le missioni di soccorso loro assegnate. Ma alla fine devono affrontare un’enigmatica ed amara esperienza.

Acquista online

03/02/2010

Marcello Parsi, romano, è laureato in Lettere antiche. Per una decina d’anni ha insegnato materie letterarie in scuole private e parificate di Roma e provincia. Sposato con Rosalba, ha tre figli. Attualmente è bibliotecario presso l’Archivio di Stato di Roma.

Oggi incontriamo Marcello Parsi, autore del romanzo “Nei meandri del tempo”. Come nasce questo libro? Cerchiamo di rintracciare l’ispirazione che ha condotto un autore a scrivere di una cosa: questo romanzo da dove trae ispirazione?
Questo romanzo è la naturale continuazione dei primi due episodi della Saga di Ablasor, anch’essi pubblicati presso la casa editrice Kimerik. Amore, scacchi e fantascienza sono i tre argomenti da cui ho tratto ispirazione.
E la sua passione, il suo bisogno di esprimersi con la scrittura, da dove nasce?
Dall’inesorabile trascorrere del tempo, che sembra divorare tutto ciò che di bello appartiene al passato. Rivivendo con la fantasia quello che mi sta più a cuore, ho come l’impressione di annullare il flusso temporale, di trasferire le mie emozioni, le mie sensazioni e i miei pensieri in una realtà intoccabile, in cui stanno al sicuro e da cui posso riprenderli quando voglio e… riviverli.
Ci vuole dire perché questo titolo?
I personaggi principali e specialmente i due protagonisti del ciclo si muovono – è meglio dire: sono mossi – nel presente e in diversi momenti del futuro con un andirivieni che giustifica pienamente il significato del titolo. L’immagine della copertina è emblematica: rappresenta un ingranaggio come quello di un orologio, che suggerisce qualche cosa di crudele, di disumano: le punte e i bordi taglienti non lasciano dubbi.
Quando ha cominciato a scrivere “Nei meandri del tempo” e quanto tempo ha impiegato per concluderlo?
Ho cominciato a scrivere questo romanzo più di un anno fa e l’ho concluso in sette mesi scarsi.
C’è una nota autobiografica nelle pagine del suo libro?
Sì, come in tutta la Saga di Ablasor. Ovviamente è un’autobiografia romanzata, in cui, tranne i due protagonisti, anch’essi comunque idealizzati e trasfigurati, gli altri personaggi e tutti i fatti sono puramente inventati. Di veramente mio ci sono gli argomenti ispiratori e le tematiche.
Il romanzo è un fantasy?
Assolutamente no. Non ho mai apprezzato particolarmente il genere fantasy… Preferisco la fantascienza che, come ho già spiegato nella prefazione al mio primo romanzo “La città del destino”, considero una metafora della vita. Ecco, il primo episodio della Saga è il più fantascientifico, mentre “Nei meandri del tempo” sarebbe meglio definirlo un romanzo “fantastico”.
Secondo lei il genere fantasy è una fuga dalla realtà o la sensibilità di sentire una realtà altra?
Nella maggior parte dei casi mi sembra una fuga dalla realtà, ma devo riconoscere che alcuni grandi autori riescono a farci apparire e godere una realtà diversa.
Ha uno scrittore ideale? Voglio dire, qualche modello di riferimento?
Ho tanti scrittori cari al mio cuore e alla mia mente, ma nessun vero modello di riferimento. Un lettore attento, in possesso di una buona preparazione letteraria, non farà fatica a rintracciare alcuni spunti, alcune citazioni apparentemente criptiche: ne cito solo due. Per due volte ritorna la mia traduzione italiana di un verso del poeta latino Properzio: “Sunt aliquid Manes, letum non omnia finit” (= le anime degli estinti hanno una loro realtà: la morte non annienta tutto”); il saluto finale di Olympia, che non ha più la forza di parlare e alza la mano destra in segno di commiato, è un libero calco dall’episodio della morte di Clorinda nel canto XII della Gerusalemme Liberata.
Le persone che la conoscono cos’hanno detto quando hanno saputo dell’uscita del libro?
Sono state molto contente, perché dopo la lettura dei primi due romanzi, aspettavano con impazienza di conoscere il seguito di quelle vicende.
Sta scrivendo? Ha altri progetti letterari nel cassetto?
Attualmente sto componendo il quarto episodio della Saga di Ablasor, che sarà anche l’ultimo. Tra i vari progetti, uno che mi stimola molto è quello di rivisitare alcuni grandi miti dell’umanità… magari in versi. Capisco, però, che al giorno d’oggi la poesia con i versi ritmici e con la rima non va più di moda. Vedremo…
Riserviamo l’ultima parte dell’intervista a domande personali. Conosciamo meglio l’autore, ci racconti: di cosa si occupa? Si vuole raccontare e vuole raccontarci il suo mondo privato?
Lavoro come bibliotecario nell’Archivio di Stato di Roma, quindi sempre in mezzo ai libri. Sono sposato con la cara e dolce Rosalba, da cui ho tratto ispirazione per il personaggio di Ablasor/Olympia e con cui ho avuto tre formidabili figli: Claudia, Marco e Diego. Seguito ad interessarmi molto agli scacchi, che da giovane ho praticato a livello agonistico.
Nella sua vita cosa reputa fondamentale?
Gli affetti familiari, specialmente quelli che derivano da una mia scelta: quindi in primo luogo mia moglie e subito dopo i miei figli, che sono il frutto di quella scelta. Non saprei farne a meno…, ormai la mia realtà è, come dire?, moltiplicata per cinque.
Come esprime la sua creatività? Concentra la sua creatività nella scrittura o usa altre forme espressive?
Principalmente concentro la mia creatività nella scrittura, però trovo molta soddisfazione anche dedicandomi agli scacchi. Essere riuscito ad abbinare le due cose nei miei romanzi mi rende molto contento.