Intervista a Francesca Santucci

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Il suo libro

Che quanto piace al mondo è breve sogno

Da Orfeo ed Euridice ad Ugo e Fosca, l’autrice ripercorre le storie d’amore distrutte da un destino avverso, dal caso malevolo, o sbriciolati dall’inesorabile involversi del tempo. Mostra come già negli antichi miti, nelle raffigurazioni pittoriche e scultoree, insieme all’apoteosi del bello si insinui lo sgomento profondo delle creature gettate in un mondo che non ha mantenuto le sue promesse. Mostra quanto forte urli la disperazione delle creature tradite da abbagli, illusioni, chimere, da tutte le promesse impossibili da mantenere, dopo l’effimera apoteosi della prima conquista d’amore.

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07/01/2012

Oggi abbiamo il piacere di incontrare Francesca Santucci, poetessa e scrittrice, studiosa del femminile e dell’antichità, e autrice del saggio letterario “…Che quanto piace al mondo è breve sogno”. Lei ha già pubblicato moltissimo: raccolte di poesie, racconti, fiabe, saggi, articoli giornalistici e tanto altro.
Cosa rappresenta per lei la scrittura? Da dove nasce questa passione?
La scrittura è per me vitale, non saprei proprio pensarmi senza. È espressione di conoscenza (e di esaltazione intellettuale!), quando posso trasmettere informazioni desunte dai miei studi (allora nascono i saggi), ed espressione di emozioni più intime o “fantasie” quando la realtà non mi soddisfa (allora nascono le poesie, i racconti e le fiabe).
La passione è passione antica, praticamente scrivo da sempre, ho iniziato molto presto, quando frequentavo le scuole elementari.
Un giorno mi annoiavo (lo ricordo bene!) perché avevo già terminato i compiti e non sapevo cosa fare; bambina solitaria, non per scelta, ma perché per giocare non avevo amiche o sorelle (mia sorella sarebbe nata più tardi), trascorrevo molto tempo a casa della mia nonna materna, che in dialetto mi raccontava, “favoloso” nutrimento per il mio immaginario, fiabe popolari (avrei, poi, scoperto, da adulta, essere gli straordinari “cunti” del napoletano Giambattista Basile che, all’inizio del Seicento, elaborò e trascrisse in vernacolo storielle che erano arrivate alle sue orecchie e che sarebbero diventate le più belle fiabe del mondo, da “Cenerentola” a “Il gatto con gli stivali”, confluendo nei libri di Perrault e Grimm!).
Dopo essermi affacciata innumerevoli volte alla piccola finestra della casa poverella dei miei nonni per incantarmi ai voli e ai chiacchiericci delle rondini di passaggio (era il mio passatempo preferito!), pensai di mettermi a scrivere: ma cosa? M’inventai una traccia di tema (“Parla di un viaggio immaginario”) e la sviluppai nutrendola delle (modestissime) conoscenze di allora. Immaginai di addormentarmi sotto un albero e di risvegliarmi (in sogno) prima in Spagna e poi in Francia, fra nacchere e corride, quartieri latini e indemoniati can can (tanto affascinavano mio nonno le pittoresche levate all’aria delle gambe delle ballerine … forse perciò sognavo di diventare una ballerina e, precoce scrittrice, mi ricordai di quel ballo scatenato!).
Scrissi il tema in bella scrittura, sul quaderno di scuola, e l’indomani lo mostrai alla mia maestra che, dopo averlo letto, convocò mia madre e la rimproverò per avermi aiutata in quello scritto, troppo perfetto per una bambina della mia età: ma lei non ne sapeva proprio niente!
Avevo fatto tutto da me, avevo fantasticato (e scritto!).
Mi piaceva tanto guardare dal balconcino dei miei nonni i voli delle rondini in libertà: chissà, forse erano presagio dei miei voli di fantasia da adulta!
Con noi della Kimerik è già alla terza pubblicazione dopo il saggio letterario “Suggestioni e meraviglie” e il saggio storico “Messaggi dall’antichità” (oltre ad una partecipazione nella nostra antologia “Sensazioni d’autore”). Intanto grazie per la fiducia! Ne approfittiamo subito per chiederle: come sono nati questi libri? Da dove traggono ispirazione?
“Messaggi dall’antichità” è il frutto del mio interesse per l’antico, Greci e Romani soprattutto, ma nel libro sono presenti anche una regina fenicia, Didone, ed un’eroina biblica, Giuditta (in linea sempre con lo studio del femminile) e del desiderio di rivisitare i classici studiati al liceo e all’università; “Suggestioni e meraviglie” nasce dalla passione per l’età barocca, ricca di luci ed ombre, di fermenti e di “meraviglie”, soprattutto nell’arte, che raggiunse soluzioni ardite estremamente affascinanti; in “…Che quanto piace al mondo è breve sogno” ho voluto approfondire il tema della “donna involta in veste negra” (per citare sempre Petrarca!), della morte reale nella storia (ad esempio la peste, testimoniata dagli scrittori sin dall’antichità), macabramente “in passerella” (nella “sinistra collezione dei defunti” del Convento dei Cappuccini di Palermo) e quella “immaginata”, nel mito (Orfeo ed Euridice, Tristano e Isotta), in pittura (l’affresco di Clusone, i “macabri” di Arturo Bonomini), in poesia (Hélinant De Froidmont, Pierre De Ronsard, Bürger), nel romanzo (Fosca di Tarchetti).
Soffermiamoci in particolare sull’ultima fatica: “…Che quanto piace al mondo è breve sogno” è frase tratta da un celeberrimo componimento di Francesco Petrarca (“Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono”) che rappresenta il proemio al Canzoniere. Ci vuol dire perché ha scelto questo titolo?
“Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono”, il sonetto introduttivo del Canzoniere, in realtà è un epilogo, una riconsiderazione del passato e un ripudio dei tumulti giovanili del poeta che qui esprime il dissidio interiore che lo assillò tutta la vita: la disarmonia tra la sostanza morale della sua vita e della sua arte e l’aspirazione al puro, al divino.
Attratto da ciò che al mondo piace, la pur riconosciuta vanità, il breve sogno (il senso dell’illusorietà, la fragilità delle cose del mondo esaltati da parole-chiave come errore, van, vaneggiare, sogno), dimentico di Dio, infine di ciò si pente e chiede scusa, ed il componimento si chiude emblematicamente nel regno della caducità con il famoso verso: “…Che quanto piace al mondo è breve sogno”.
Per il titolo del mio libro mi sono giovata del verso finale del sonetto per sottolineare la transitorietà dell’esistenza dell’uomo che, così tanto spesso, presuntuosamente, si crede onnipotente ed eterno, dimenticando la sua fragilità e la sua “ natura mortale”, il suo essere predestinato a concludere l’effimera esistenza terrena.
In questo libro ripercorre le storie d’amore distrutte dal destino avverso o dall’inesorabile involversi del tempo, in un percorso sinuoso attraverso gli antichi miti e le raffigurazioni pittoriche e scultoree. Qual è la tesi che intende affermare? Il filo conduttore che lega la trattazione?
Subisco da sempre il fascino degli amori tormentati e infelici, degli amanti impossibilitati a vivere il loro sentimento, costretti in vita a restare separati e che solo la morte può (ri)unire, Tristano e Isotta, Giulietta e Romeo, Paolo e Francesca, Cathy e Heathcliff di “Cime tempestose”, Rodolfo d’Asburgo e Mary Vetsera (lui, pochi giorni prima della tragedia di Mayerling, donò alla sua Mary un anello che recava incisa la frase: In Liebe vereint bis in den Tod, Uniti nell'amore fino alla morte. Lei, nell’ultima lettera alla madre, scrisse: Poiché non ho potuto resistere all'amore vado con lui!), perché trovo esaltante la furia del Sentimento, la passione che arriva a guidare al gesto estremo, “eroico”: non posso vivere senza di te, dunque muoio con te.
Nella nota introduttive di “…Che quanto piace al mondo è breve sogno” ho scritto che niente dura per sempre, nemmeno l’amore, ma (e spero di non apparire accesamente romantica con questa mia affermazione!) in questo caso la morte non separa, unisce, ed eterna il Sentimento. Dunque, l’Amore va oltre!
Cosa le ha ispirato la sua riflessione sul concetto di Vanitas, sul trionfo della morte sulla vita? La rilettura dei miti quale messaggio porta con sé per comunicarlo al lettore?
Oltre che di letteratura, sono appassionata di arte, e cerco sempre la rappresentazione iconografica dei temi che vado ad approfondire, questa volta, però, ho compiuto l’inverso percorso, sono partita dalla rappresentazioni pittoriche delle Vanitas vanitatum, allegorie sulla transitorietà delle cose terrene e sulla inevitabilità della morte, e poi sono andata alla ricerca delle fonti letterarie.
Per quanto riguarda il trionfo della morte suggestioni mi sono provenute dalle danze macabre, ed ho trovato estremamente interessanti i due potenti “Geroglifici” di Juan de Valdès Leal, Finis Gloriae Mundi e In ictu oculi (in linea con il cupo barocco sivigliano, ma anche entrambi espressioni dell’ossessione personale che l’autore aveva della morte), e il “Trionfo della Morte” e la “Danza macabra” del grandioso affresco di Clusone (Bg).
Dalle innumerevoli rappresentazioni della morte e dalla quantità di scritti, soprattutto di autori di età medievale, si evince che la morte, il cui timore è paura ancestrale insita nella 'natura umana”, forse per gli antichi non era così tabù come ai nostri tempi, in cui apparentemente sembra essere più presente, esibendo, ad esempio, i dettagli più raccapriccianti dei delitti di cronaca nera. In realtà la nostra società la rimuove, l’allontana da sé, distratto l’uomo da tante futilità di cui certo, pure ha bisogno per vivere, come ha bisogno delle illusioni “importanti”, come la letteratura, l’arte, i grandi ideali, che sono una forza che aiuta a sperare perché danno un valore alla vita degli individui (Illusioni! Ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore. U. Foscolo). Ovviamente non è possibile vivere nella gravezza del continuo “ricordati che devi morire”, ma, forse, se “guardasse bene in faccia” la morte, l’uomo si renderebbe conto di quali “cose” contino davvero, ed agirebbe meglio.
Per quanto riguarda la rilettura dei miti, che restano la fonte più avvincente, perché più fantasiosa, per conoscere il modo di rapportarsi alla realtà degli antichi che, raccontando le vicende di dèi ed eroi mostravano il loro modello sacrale, credo che il messaggio fondamentale che veicolino, valido anche per il lettore di oggi, sia quello di continuare a sognare, perché il sogno trasporta in luoghi immaginari dove tutto può accadere, e compensa la dura realtà. E credo anche che, per certi ormai desueti valori proposti (ad esempio la lealtà, lo spirito di sacrificio) sarebbero modelli da imitare.
Tra i tanti trattati, c’è un mito o un personaggio in particolare che la colpisce e perché? O c’è una storia che ora come ora aggiungerebbe alla sua trattazione?
I miti sono tutti affascinanti, personalmente prediligo quelli in cui s’intrecciano amore e morte, temi che amo ritrovare anche nei romanzi, perciò in “…Che quanto piace al mondo è breve sogno” la scelta di riproporre “Orfeo ed Euridice” e “Tristano e Isotta” e “Fosca” di Tarchetti, ma anche nelle pubblicazioni precedenti ho rivisitato “storie” inerenti (ad esempio, quella di Leandro ed Ero in “Messaggi dall’antichità” e di Paolo e Francesca in “Virgo virago”).
Per quanto riguarda i personaggi, ci sono, poi, molti personaggi femminili “storici”, realmente esistiti, ai quali sono legata e dei quali mi sono occupata con articoli e saggi (ma non escludo che in séguito possa ancora occuparmene), sono le “mie poetesse”: Isabella Morra, Emily Brontë, soprattutto Elizabeth Barrett Browning. Su questa splendida poetessa scrissi un saggio con il quale, insieme ad una raccolta di poesie, nel 2002 partecipai al Premio “La lode”, organizzato dal “Gruppo Amici della poesia”, e fui premiata con una lettera di lode con la seguente motivazione:
”Poesie ispirate quelle della Santucci. L’autrice non parla mai di se stessa ed è ispirata da tutto quello che la circonda e anche quando descrive l’amore questo sentimento viene filtrato da un alone poetico che lo rende impersonale…Ancora più interessante è il saggio sulla poetessa Elizabeth Barrett nel quale la Santucci tratteggia limpidamente la vita e la figura della poetessa Browning. Il saggio essenziale e molto descrittivo ha l’indiscutibile pregio di un taglio giornalistico”.
Il fatto è che delle vite, immaginate o reali, mi colpisce l’intreccio fra le luci e le ombre (anche in pittura, perciò s’incontra spesso Caravaggio nelle mie pubblicazioni), e la vita della Barrett Browning in ciò è esemplare: per circa quarant’anni relegata nel chiuso delle mura domestiche, sotto la tirannia paterna, costretta all’immobilità, per una malattia di non chiara natura (forse fisica, forse psicologica) con la sola compagnia dei suoi libri (aveva accesso alla biblioteca paterna) e dell’inseparabile cagnolino Flush, riuscì, poi, a convertire il grigio della sua vita in luce quando conobbe il poeta Robert Browning, col quale inizialmente ci fu uno scambio epistolare (e la prima lettera da lui ricevuta fu una vera e propria miccia che innescò in lei il Sentimento!), poi l’innamoramento, il fidanzamento e il matrimonio segreto (mai perdonato dal padre che non volle più rivedere la figlia e non conobbe né Robert né il loro figlioletto Pen), infine la fuga in Italia, prima a Pisa e poi a Firenze.
E così, all'età di quarantatré anni, Elizabeth riacquistò salute e felicità e diede alla luce un figlio, ed insieme al suo Robert trascorse quindici anni in splendida armonia, scrivendo entrambi, lei prendendo molto a cuore la causa indipendentista italiana, componendo diverse poesie in tema, con il proposito di far conoscere anche nella sua terra d’origine la situazione italiana, ma scrisse pure Aurora Leigh, un poema-romanzo che ebbe un successo clamoroso, improntato all’amore per la libertà, in difesa dei diritti femminili.
Ecco, trovo estremamente romantica la storia di questi amanti appassionati e, soprattutto, straordinario il salto che Elizabeth riuscì a compiere, balzando dall’ombra alla luce grazie all’Amore, testimonianza di come davvero “move il mondo”!
Riserviamo l’ultima parte dell’interviste a domande personali. Chi è Francesca Santucci? Di che cosa si occupa? Si vuole raccontare e vuole raccontarci il suo mondo privato?
Nella mia città natale (Napoli) ho insegnato e collaborato per un giornale, poi mi sono trasferita a Bergamo e per motivi familiari ho dovuto rinunciare all’insegnamento, ma ciò mi ha consentito di dedicarmi maggiormente ai miei interessi culturali (letteratura ed arte), ed io sono ciò che emerge dai miei scritti: un’appassionata dello studio e della scrittura (parti importanti della mia vita…insieme agli affetti autentici) che cerco sempre di coltivare, letteralmente strappando il tempo al quotidiano.
…E quando insopportabile diviene la realtà fantastico come da bambina, evado nel sogno, e m’invento storie e fiabe, o dipingo (molto timidamente), perché “il colore” dà gioia, e riconsola; infatti da qualche tempo mi sono riaccostata ad un antico interesse tralasciato per la scrittura, la pittura, ad acquerello e ad olio, ma mi piace anche dilettarmi in composizioni digitali, con le quali ho illustrato alcune mie fiabe. Nel 2010, con un lavoro in digitale, ho partecipato alla mostra con asta benefica “Le capre di Tecla”, organizzata dalla Pro loco di Ardesio e dal Museo Cividini di Bergamo. Bisognava variamente declinare il tema della capra attraverso il mezzo espressivo preferito (olio, acquerello, foto); per l’occasione ho realizzato al computer un soggetto religioso, “inventandomi” “La Madonna della capra”. Il ricavato dell’asta è servito per sostenere la missione di suor Tecla Forchini in Bangladesh.
Nella sua vita cosa reputa fondamentale?
In generale (dunque anche nella mia vita) indubbiamente reputo importante l’Amore in ogni sua manifestazione, per i genitori, per il compagno/compagna, per il prossimo, per gli animali, per ogni creatura vivente, anche perché questo sentimento implica tutta una serie di altri valori, come l’altruismo, la generosità, la comprensione, la solidarietà. E poi l’Amore è energia, è forza positiva, vitale, che consente di affrontare qualsiasi ostacolo, superare qualunque impedimento (per tornare alla “nostra” materia è, infatti, l’Amore che spinge Leandro a sfidare i flutti tempestosi dell’Ellesponto per raggiungere la sua Ero, che fa scendere fino agli Inferi Orfeo per riprendersi Euridice, che consegna Gesù alla croce, che consente a Sant’Agata di affrontare i supplizi più atroci in nome del Cristo, che spinge Lenore a seguire il suo Wilhem!).
In questo momento sta scrivendo? Ha in mente altri progetti letterari?
Scrivo sempre, poesie, racconti, recensioni, articoli. Recentemente ho scritto un nuovo saggio sulle sorelle Brontë ed un altro su Jane Austen, ora ho in preparazione un articolo su Virginia Woolf.
Un progetto che mi piacerebbe realizzare (anche perché continuano a scrivermi per acquistare il libro che, ormai, è introvabile) è la ripubblicazione ampliata (ho già pronta la nuova stesura, corredata di una bellissima prefazione della studiosa bronteana Maddalena De Leo e della postfazione dell’ottimo dottor Piergiorgio Cavallini) di una mia pubblicazione al femminile di alcuni anni fa, che ebbe due edizioni e della quale sono rientrata in possesso dei diritti d’autore (perché la casa editrice con cui ho pubblicato ora si occupa di altro genere letterario).
Il filo conduttore del libro è la cultura delle donne (svariati i riferimenti alle donne dell’antichità, delle quali è rimasto molto poco e anche quel poco è sconosciuto o difficile da reperire) attraverso una selezione di scrittrici italiane e straniere, dall’antichità al Novecento (Saffo, Compiuta Donzella, Veronica Gàmbara, Gaspara Stampa, Elizabeth Barrett Browning, Emily Brontë, Emily Dickinson, Ada Negri, Lalla Romano, Sylvia Plath, tanto per citarne alcune), privilegiando soprattutto, ma non esclusivamente, quelle che hanno esaltato temi d’interesse specificamente femminili, come l’amore, declinato in infinite sfumature e varietà.
L’intento è sempre quello di divulgare la letteratura femminile, ancora oggi poco conosciuta o non abbastanza diffusa quanto quella maschile, attraverso il profilo biografico e la produzione delle autrici (brani e testi poetici, taluni anche tradotti personalmente, ma sono presenti pure superbe traduzioni di alcune poesie delle sorelle Brontë del dottor Cavallini e della professoressa De Leo), sottolineando la loro fatica d’imporsi ed il prezzo doloroso spesso pagato, in termini di solitudine, follia, morte, per l’affermazione di sé, come nel caso di Sylvia Plath.
Che genere di riscontro ha avuto la sua opera? Vuol condividere con noi qualche commento ricevuto da parte delle persone che la conoscono, in occasione dell’uscita del libro?
Ho ricevuto diversi consensi, ma mi piace qui ricordare il commento di chi mi segue sin dalle mie prime pubblicazioni, il dottor Piergiorgio Cavallini, filologo e traduttore.
“Conosco bene le qualità scrittorie di Francesca Santucci, per aver letto tutte le sue ed averne recensite alcune, ed ogni volta che mi càpita tra le mani un suo libro è un invito non solo a lèggere, ma anche ad approfondire gli argomenti che ella propone, che non son pochi né di basso spessore e, soprattutto, interessano trasversalmente non solo la letteratura ma le arti figurative.  Questa, forse, è la caratteristica che maggiormente contraddistingue i lavori di Francesca Santucci, o per lo meno è quella che io trovo più interessante, perché viene a colmare una lacuna tipicamente (ma non solo) mia, da sempre attento alla parola e allo scritto, ma distratto e svogliato per quanto riguarda la pittura.  In questo senso ho trovato particolarmente interessante il capitolo Vanitas vanitatum, in cui sono brillantemente e sapientemente fusi i due universi artistici. Infine, un cenno a Fosca di Tarchetti, opera sulla quale avevo sostenuto un esame all'università, e commentando la quale, in un forum online, molti anni fa, ebbi la fortuna di conoscere Francesca”.
Le riserviamo uno spazio finale per rivolgere un messaggio ai suoi lettori, o un ringraziamento, o semplicemente per aggiungere ciò che desidera:
Ci terrei molto a ringraziare tutto lo staff di Kimerik, sempre disponibile, cortese ed attento, il dottor Piergiorgio Cavallini, curatore di molte prefazioni di mie pubblicazioni, il professor Aniello Scotto, che gentilmente ha fornito le immagini di copertina di alcuni miei libri, la dottoressa Eleonora Bellini, per la splendida presentazione di “Madrefiglia” e di “…Che quanto piace al mondo è breve sogno” e, naturalmente, i lettori e quanti mi seguono da tempo anche attraverso il mio sito di letteratura al femminile.
Un pubblico pensiero è, poi, per due persone diversamente importanti nella mia vita, entrambe mancate: mio zio, Vittorio Aprea, poeta e scrittore autenticamente ispirato (che pure pubblicò con Kimerik una sua raccolta poetica), al quale sin da bambina ho guardato come modello da imitare, e mia madre che, contro la volontà di mio padre che, in espressione di una certa mentalità retrograda, sentenziava “Alle donne lo studio non serve!”, fermamente volle che proseguissi gli studi e sempre fu partecipe dei miei scritti, commuovendosi alle storie delle infelici poetesse di cui le narravo (e alle mie poesie!).
Continuerò sempre a scrivere come se i suoi occhi ancora leggessero ciò che scrivo, ricordando le sue generose parole (cuore di mamma!) che conservo in uno scritto autografo: Mi fai piangere. Le tue parole toccano sempre il mio cuore. Sei la mia bella scrittrice. Sei l’unica cosa buona che mi vanto d’aver creato!
Voglio qui ricordarla con un mio componimento:

Nel ventre di mia madre

Fui in lei un tempo,
desiderio pensiero
caso germoglio fiore
frutto, nel ventre
di mia madre linfa fui
e ritmo impulso elettrico
moto del cuore,
primo suo pensiero
del mattino
ultimo della sera.
La doglia dolorosa
ci separò, poi l’altro
strappo. Ora in me giace,
mio pensiero ricordo
struggimento rimpianto
spasmo nel mio ventre
ispirazione e canto.

Francesca Santucci
Grazie per l’intervista, i nostri più cordiali saluti!
Sono io che ringrazio per l’opportunità offertami di poter parlare un po’ più liberamente dei miei interessi.